La sicurezza: risposte, pensieri e proposte in una città assediata

L’intento di risvegliare gli animi istituzionali assopiti sul tema della sicurezza a Reggio è indubbiamente riuscito. Il messaggio simbolico dell’uscita in strada di trenta persone, radunate in poche ore, che con le sole parole non avrebbe ottenuto lo stesso esito, è arrivato a destinazione. L’obiettivo raggiunto ci induce a non dare troppo peso alle inesattezze riportate dalla stampa (parole quali “provocazione” o “bufala” mai pronunciate) e alle considerazioni obsolete dell’Assessore Maramotti, avulse dalla realtà cittadina (per es. i furti non avvengono solo di notte) e da quella della nostra associazione (sempre assai propositiva anche se con pochi riscontri da parte della PA) che, del resto, l’Assessore ben conosce.

Vale però la pena ricordare all’Assessore che l’appellativo di “ronda” è stato creato ad hoc sia per contrastare politicamente la nascita giuridica a livello ministeriale degli “osservatori volontari” nel 2009, con legittimazione, nella quasi totalità, da parte della stessa Corte Costituzionale, che per inibire psicologicamente i cittadini; guarda caso, non è mai stato abbinato ad analoghi interventi normativi della nostra Regione. Inoltre, dobbiamo ancora sorbirci lo slogan irrispettoso sui “sentimenti di pancia” come se la “pancia”, dettata dai bisogni di quel popolo che la nostra PA ha dimenticato, non sia collegata alla capacità di raziocinio del popolo stesso.

Si è, quindi, ben lontani dal mettere in atto una strategia di integrazione tra tutti gli attori coinvolti negli ambiti dell’ordine pubblico e della sicurezza urbana, ognuno con proprie competenze e propri strumenti ma uniti in un unico obiettivo che esula da quello della ricerca di consensi o di concessioni irrisorie in cambio di sudditanza.

Alla luce dei reati predatori che stanno affliggendo gravemente la città (e mi limito a questi senza toccare temi quali mafia, traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, ecc.), il Sindaco dovrebbe: a) chiedere al Prefetto di convocare al più presto il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica; b) mettere in atto gli strumenti che gli sono attribuiti da tempo in qualità di ufficiale di governo in ambito di sicurezza urbana; c) promuovere il coordinamento tra le forze dell’ordine statali e la Polizia Municipale; d) stimolare, anche tramite l’Assessorato competente, l’applicazione dei regolamenti comunali contribuendo a riportare un clima generale di legalità; e) promuovere o, almeno, non disincentivare le libere iniziative dei cittadini.

Su quest’ultimo punto, la nostra associazione ha sempre agito e agisce tuttora in piena libertà avvalendosi di una consolidata rete di comunicazione tra i residenti e di una fattiva e proficua collaborazione con la Polizia Municipale per quanto concerne le sue competenze, pur stimolando i singoli cittadini a interfacciarsi personalmente, senza intermediari, con le istituzioni, in modo che tutti ne avvertano la vicinanza. Al contrario, i protocolli di “Controllo di comunità”, oltre ad alcune incongruenze, istituiscono coordinatori ai quali gli appartenenti al gruppo devono rivolgersi, linee guida dettate dal Comune, obblighi organizzativi di iniziative culturali/sociali e limiti di comunicazione. Essi escludono, quindi, i cittadini da un’interazione diretta con le istituzioni, che sarebbe, tra l’altro, più rapida ed efficace nel caso di segnalazioni, aumentando anche il senso di abbandono. Di conseguenza, sarebbe più appropriato parlare di un “controllo sulla comunità” piuttosto che di un controllo esercitato dalla comunità.

A proposito della passeggiata serale ho già scritto ma, evidentemente, non è stato recepito. Lo ripeto con le stesse parole: chi ha mai detto che i cittadini vogliono fermare la microcriminalità, risolvere il problema o attivare una sicurezza fai da te. Figuriamoci, non potrebbero nemmeno le forze dell’ordine con attività di presidio che, per essere efficaci, dovrebbero essere presenti h24 a tutti gli angoli della città. E, infatti, essendo concreti e responsabili, non lo chiediamo. Lo abbiamo comunicato pubblicamente più volte: è un messaggio pacifico alle istituzioni, consapevoli però che il problema sicurezza sia molto più complesso e ampio richiedendo interventi che non si limitano a quelli a disposizione degli enti locali (es. certezza della pena e applicazione di misure cautelari che impediscano il reiterarsi dei reati).

Prima di chiedere ai cittadini di barricarsi in casa, sinonimo di fallimento degli organi preposti alla tutela di un bene pubblico primario come la sicurezza, o, eventualmente, focalizzarsi sul presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine, sarebbe più costruttivo chiedersi, senza limitarsi a rispondere verbalmente, chi sono, nella quasi generalità, coloro che compiono scippi, rapine, furti e se sono in possesso dei requisiti di legge per essere presenti nel nostro paese.

V.I.

 

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